giovedì 27 ottobre 2011

al servizio della giustizia

Stamattina ho incontrato per caso Fausto Renzetti, un mio ex collega di ufficio, con cui ho lavorato per qualche anno in un altro tribunale.
Sapere qual'è la prima cosa che costui mi ha chiesto, subito dopo avermi salutato secondo il suo stile piuttosto freddamente, e sebbene non ci vedessimo da tantissimo tempo?
Ha voluto che gli dicessi nell'ordine:
1. il numero di fascicoli pendenti sul mio attuale ruolo
2. quante sentenze ho scritto quest'anno.
Io invece ho voluto sapere se gli avvocati di quel foro conservavano ancora un buon ricordo di me e se una certa causa di divisione che io avevo seguito per tanto tempo si era poi conclusa con l'accordo delle mitiche sorelle, che tanto mi avevano fatto penare.
I numeri contro le persone.
Due filosofie, due modi opposti di fare il giudice.
Per me il senso di umanità di un giudice è tutto. E' il sale del nostro lavoro. Chi sono le persone che stanno di fronte a me? Perchè è iniziato veramente questo giudizio? Bisogna porsela questa domanda. Perchè serve a darci il senso del nostro compito. Ricordare il fine ultimo della funzione che svolgiamo.
La giustizia è innanzi tutto un servizio da assicurare ai cittadini. Ed un servizio per definizione deve raggiungere lo scopo.
Ed il risultato che il cittadino si attende è la definitiva risoluzione della controversia che lo ha portato in tribunale. Le persone si rivolgono in tribunale per "ottenere giustizia", per ricevere una regolazione autorevole di una lite. Il giudice serve a dare ragione o torto. Serve a dire: da oggi dovete regolarvi così, questa cosa appartiene a lui e non a te, devi pagare o non devi pagare, il bambino resta con me oppure con te...
Qualsiasi decisione che non miri a questo scopo, o comunque che non ottenga questo risultato è vissuta da chi la riceve come qualcosa di completamente inutile.
Ma non tutti i miei colleghi la pensano così. A non tutti i colleghi interessa porsi a servizio della giustizia.
Ricordo ancora quando ho conosciuto il collega Renzetti, la prima volta che gli ho parlato mi ha detto: "verrò nel tuo ufficio per stroncare tutti i processi. Ci sono troppe pendenze, bisogna essere più severi e dichiarare molte più inammissibilità. Così la statistica dei nostri provvedimenti salirà immediatamente". Ed era veramente convinto di quello che diceva.
Dovete sapere che la pronuncia di inammisibilità è una pronuncia soltanto formale. E' un pò come dire: "non ti dico come la penso sulla tua lite perchè hai sbagliato il modo di chiedermelo. Prova a richiedermelo nella forma giusta."
Insomma, ritenta che sarai più fortunato.
In certi casi la legge non ti lascia spazio, e non puoi proprio fare a meno di dichiararla questa benedetta inammissibilità. Ma dopo anni di magistratura ho imparato che l'interpretazione della legge è elastica o rigida anche a seconda di chi la sta leggendo e di chi la deve applicare.
Io quando giudico, e se la legge me lo consente, cerco di arrivare sempre alla sostanza della lite. Il collega Renzetti, se appena appena è possibile, dichiara il vizio di forma.
E lo fa per un duplice ordine di ragioni:
1) la sentenza che dichiara la inammissibilità si scrive in meno tempo.
2) la rigida applicazione della legge in senso letterale mette a riparo da qualsiasi critica, è meno rischiosa.
A mio modesto avviso sono due ragioni estremamente meschine che non fanno onore alla funzione che svolgiamo.
“Magistrato” è parola che deriva dal latino magister. Vuol dire "colui che sta sopra, che è di più" (magis-ter).
Ora "stare sopra ed essere di più" secondo me significa semplicemente avere più doveri e maggiori responsabilità.
Per molti invece purtroppo significa viceversa "avere più potere".
E finiscono per servirsi della giustizia anzichè porsi, come dovrebbero, al servizio della giustizia.
Scusate la retorica.
alla prossima
p.s. il nome Fausto Renzetti è inventato, ma vi assicuro che la persona in questione esiste davvero, purtroppo.

2 commenti:

  1. Gentile Magistrato, apprezzo molto quello che lei ha scritto. Vorrei che tutta la magistratura italiana potesse riconoscersi con poche eccezioni nelle sue parole. Resti sempre quella che è o che ritiene di essere : persegua la GIUSTIZIA, con tutti i mezzi legali di cui dispone.
    Ing. Franco Puglia

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  2. E' una bellissima riflessione. Di nobile spirito.

    A volte, noi che _non_ facciamo questo lavoro NON siamo consci dei nostri diritti, ne' delle persone che ci si pongono di fronte. Piu' che aspettarci di essere ascoltati, lo speriamo. E quando cio' non avviene, quando ci sentiamo dire quel: """ritenta, sarai piu' fortunato""" ci scoraggiamo, lasciamo perdere, e cominciamo a guardare alla giustizia come a un "contratto-capestro" uno di quelli in cui a prescindere non vinci mai.

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